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Alcuni interessanti articoli sul caso Boffo PDF Stampa E-mail

Ratzinger prende in mano il caso Boffo
di Giacomo Galeazzi La Stampa 8 febbraio 2010
Cresce in Curia la fibrillazione per il caso Boffo e il Papa valuta un intervento diretto per fugare le pesanti ombre che rischiano di danneggiare l’immagine del pontificato. Mentre si fronteggiano due partiti (quello del «sopire» e quello del «fare chiarezza»), l’asse di ferro tra il segretario Georg Gaenswein e il

portavoce papale Federico Lombardi informa personalmente Benedetto XVI sulla nuova ondata di veleni e sospetti attorno alla presunta provenienza vaticana della velina falsa sugli scandali omosessuali dell’ex direttore di «Avvenire». Le soluzioni sul tavolo del Pontefice sono due: rinviare ogni decisione nella speranza che intanto le acque si calmino da sole oppure prendere di petto la questione e sostituire il direttore dell’«Osservatore Romano», Giovanni Maria Vian, indicato dai mass media come colui che ha avallato l’informativa fasulla contro Boffo. A quel punto, più che ad una staffetta interna tra Vian e il suo attuale vice Carlo Di Cicco, è probabile che per la successione si guardi ad una figura esterna più defilata. All’attuale direttore del giornale vaticano, infatti, viene attribuito un eccesso di protagonismo e di disinvoltura nei rapporti dentro e fuori la Curia, oltre alla consuetudine (insolita per chi lavora nei Sacri Palazzi) di orientare l’informazione di quotidiani e agenzie di stampa. Ora, come già era avvenuto tra agosto e settembre alla vigilia delle dimissioni di Boffo, il Pontefice ha chiesto ai suoi più stretti collaboratori elementi di valutazione per decidere se sia il caso di intervenire. Si ripete, quindi, lo stesso scenario che fece da sfondo alle dimissioni dell’ex direttore di «Avvenire», cioè un regolamento di conti interno alla Chiesa, con il segretario di Stato, Bertone, deciso a porre fine all’era dell’ex presidente della Cei Ruini e a ridimensionare l’autonomia del suo successore Bagnasco, silurando Boffo, loro stretto collaboratore.

 

Triste ma distante
di Marco Politi Il Fatto Quotidiano 5 febbraio 2010

Benedetto XVI è amareggiato. Segue infastidito il verminaio del caso Feltri-Osservatore e lavora al suo libro su Gesù. Ma Ferrara sul Foglio minaccia: la decapitazione di Vian è questione di giorni. Intanto la Curia vive un clima di disorientamento totale, nave senza nocchiero in una mefitica bonaccia. Sembra far parte del destino tragico di questo pontificato il susseguirsi di tempeste continue: errori, sviste, conflitti con le grandi religioni, violente polemiche interne, miserabili risse dietro le quinte. Nell’ultimo affaire nessuno si assume le sue responsabilità. Il direttore dell’Osservatore Romano (e se non lui la Santa Sede) non smentisce accuse gravissime. Feltri non porta nessuna prova a sostegno della sua denuncia. L’ex direttore dell’Avvenire Boffo continua a non chiarire il perché della condanna per molestie, lasciando che improvvisati portavoce diffondano la versione che tace per proteggere una terza persona. Il vero molestatore? I magistrati di Terni hanno già escluso pubblicamente che le telefonate di molestie partite dal cellulare di Boffo siano state fatte da qualcun altro. In questo groviglio si inserisce pure il brontolio malmostoso dei ciellini per non essere riusciti ad approdare sulla poltrona della direzione di Avvenire, che il cardinale Bagnasco ha poi attribuito al vice di Boffo, Marco Tarquinio. Non per caso lo scrittore ciellino Antonio Socci è in prima fila nell’esigere aggressivamente da Vian di chiarire il suo ruolo nelle manovre anti-Boffo: “Il giornale del Papa – scandisce Socci – è al tappeto, nella persona del suo direttore, e le autorità vaticane, in testa la Segreteria di Stato, non possono più tirare avanti come se nulla fosse”. Di fatto, pochi escludono che Feltri una telefonata imprudente da Oltretevere abbia potuto riceverla. Il Papa, ammettono i monsignori di Curia, “è triste e amareggiato”. Il suo atteggiamento è ambivalente. Si lascia informare degli sviluppi dello scandalo, perché non può fare diversamente, e al tempo stesso se ne allontana psicologicamente. Quasi non fossero queste le cose che realmente contano. C’è nel suo approccio il realismo del confessore (che conosce le miserie degli uomini) e il distacco del monaco che guarda all’orizzonte dell’eternità. Nel palazzo apostolico ricordano la sua preghiera-invettiva nella Via Crucis del 2005, mentre Wojtyla stava morendo: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Signore, salvaci”. Ma questo mistico realismo fa sì che Benedetto XVI guardi anche con una certa distanza alla macchina della Chiesa, agli apparati di Curia, ai conflitti che si svolgono nelle strutture ecclesiastiche. “E’ come se tutta questa struttura materiale per lui fosse in fondo secondaria”, spiega un vescovo che lo conosce bene. A cosa pensa, dunque Papa Ratzinger? Si concentra sui suoi libri, sulle sue encicliche, su tutto ciò che è pensiero e parola del Romano Pontefice. “Sente come suo compito – dice chi gli è vicino – quello di ribadire la retta dottrina e annunciare i valori essenziali del cristianesimo”. Rivolge il suo impegno alla lotta contro la secolarizzazione in Europa, al confronto con la scienza, al dialogo tra fede e ragione, tra credenti e non-credenti. In ultima analisi il suo focus consiste nel ribadire al mondo contemporaneo la necessità di aprirsi alla Trascendenza. Se il suo sguardo è rivolto a questi ampi orizzonti, la gestione della Curia e degli “affari interni” della Chiesa rischia di rimanere affidata a se stessa. Ratzinger ne conosce bene i peccati. Ancora mercoledì ha ricordato all’udienza che le ambizioni di “carriera e potere” sono tentazioni, da cui “non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa”. Monito verace. Ma poi, nella gestione complessa della struttura imperiale cattolica, manca il polso della guida quotidiana. “C’è come uno spappolamento in Curia – commenta un veterano dei sacri palazzi – e in tante vicende, non solo nell’affare Boffo-Feltri, si avverta la mancanza di diplomazia, di cautela e di un agire senza strafare, che ha sempre caratterizzatogli uomini di Chiesa”. Incalza un altro esponente della gerarchia ecclesiastica: “Non si intravvede il filo logico delle azioni. Manca la ratio gubernandi, l’arte del governo. Magari ci fosse un regista occulto, che regge le fila di questo scandalo, come si immagina certa stampa! Il guaio è che non c’è, e nessuno sa cosa sta accadendo”. La realtà odierna negli organismi centrali della Chiesa, conclude un monsignore di Curia, appare piuttosto come un “arcipelago di interessi e visioni differenti”. Grande è il disordine sotto la Cupola di san Pietro, ma non è segno di vitalità. Alla fine forse ha ragione Ratzinger: il futuro della buona novella non verrà dalle strutture, bensì dalle minoranze creatrici.
 
Il Papa il potere e il veleno dei cardinali
di Vito Mancuso La Repubblica 4 febbraio 2010

Sarà vero che il documento calunnioso sul direttore di Avvenire è stato consegnato al direttore del Giornale niente di meno che da Giovanni Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano, dietro esplicito mandato del Segretario di Stato vaticano cardinale Bertone, numero due della gerarchia cattolica a livello mondiale? E che l'insigne porporato si è servito di Vian e di Feltri per colpire il direttore di Avvenire in quanto espressione di una Conferenza Episcopale Italiana a suo avviso troppo indipendente e troppo politicamente equidistante? E che quindi il vero bersaglio del cardinal Bertone era il collega e confratello cardinal Bagnasco? Sarà vera la notizia di questo complotto intraecclesiale degno di papa Borgia e di sua figlia Lucrezia? Come cattolico spero di no, ma come conoscitore di un po' di storia e di cronaca della Chiesa temo di sì. Del resto fu l'allora cardinal Ratzinger, poco prima di essere eletto papa, a parlare di "sporcizia" all'interno della Chiesa (25 marzo 2005). Qualcuno in questi cinque anni l'ha visto fare pulizia? Direi di no, e forse non a caso proprio ieri egli ha parlato di «tentazione della carriera, del potere, da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa». Quindi è lecito pensare che la sporcizia denunciata dal Papa abbia potuto produrre l'abbondante dose di spazzatura morale di cui ora forse veniamo a conoscenza. Naturalmente come siano andate davvero le cose è dovere morale dei diretti interessati chiarirlo. Con una precisa consapevolezza: che gli storici un giorno indagheranno e ricostruiranno la verità, la quale alla fine emerge sempre, chiara e splendente, perché non c'è nulla di più forte della verità. Le bugie hanno le gambe corte, dice il proverbio, e questo per fortuna vale anche per il foro ecclesiastico. Siamo in un mondo che è preda di una devastante crisi morale. Le anime dei giovani sono aggredite dalla nebbia del nichilismo. Parole come bene, verità, giustizia, amore, fedeltà, appaiono a un numero crescente di persone solo ingenue illusioni. La missione morale e spirituale della Chiesa è più urgente che mai. E invece che cosa succede? Succede che la gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere, e come una qualunque altra lobby è dilaniata da lotte fratricide all'interno. Certo, nulla di nuovo alla luce dei duemila anni di storia e di certo nessun cattolico sta svenendo disilluso. Rimane però il problema principale, e cioè che oggi, molto più di ieri, il criterio decisivo per fare carriera all'interno della Chiesa non è la spiritualità e la nobiltà d'animo ma il servilismo, e che la dote principale richiesta al futuro dirigente ecclesiastico non è lo spirito di profezia e l'ardore della carità, ma l'obbedienza all'autorità sempre e comunque. Eccoci dunque al tipo umano che emerge dalle cronache di questi giorni: il cosiddetto "uomo di Chiesa". È la presenza sempre più massiccia di persone così ai vertici della Chiesa che mi rende propenso a credere che le accuse alla coppia Bertone-Vian siano fondate. Impossibile però non vedere che nella storia ecclesiastica misfatti di questo genere contro gli elementari principi della morale ne sono avvenuti in quantità. Anzi, che cosa sarà mai un foglietto calunnioso passato al direttore di un giornale laico per far fuori il direttore del giornale cattolico, rispetto alle torture e ai morti dell'Inquisizione? È noto che il potere temporale dei papi si è basato per secoli su un documento falso quale la Donazione di Costantino, attribuito all'imperatore romano e invece redatto qualche secolo dopo dalla cancelleria papale. Che cosa concludere allora? Che è tutto un imbroglio? No, il messaggio dell'amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L'imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa. Secondo l'impostazione cattolico-romana venutasi a creare soprattutto a partire dal concilio di Trento la mediazione della struttura  ecclesiastica è il criterio decisivo del credere. Lo esemplificano al meglio queste parole di Ignazio di Loyola rivolte a chi «vuole essere un buon figlio della Chiesa»: «Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ne viene che il baricentro spirituale dell'uomo di Chiesa non è nella propria coscienza, ma fuori di sé, nella gerarchia. I "principi non negoziabili" non sono dentro di lui ma nel volere dei superiori, e se gli si ordina di scrivere la falsa donazione di Costantino egli lo fa, e se gli si ordina di torturare gli eretici egli lo fa, e se gli si ordina di appiccare il fuoco alle fascine per il rogo egli lo fa, e se gli si ordina di passare un documento falso egli lo fa. Ecco l'uomo di Chiesa voluto e utilizzato da una certa gerarchia. È questa la sporcizia a cui si riferiva il cardinal Ratzinger nel venerdì santo del 2005? È questo il carrierismo denunciato ieri da Benedetto XVI? Il messaggio di Gesù però è troppo importante per farselo rovinare da qualche personaggio assetato di potere della nomenklatura vaticana. Una fede matura sa distaccarsi dall'obbedienza incondizionata alla gerarchia e se vede bianco dirà sempre che è bianco, anche se è stato stabilito che è nero. Né si presterà mai a intrighi di sorta "per il bene della Chiesa". La vera Chiesa infatti è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti, è l'Ecclesia ab Abel, cioè esistente a partire da Abele in quanto comunità dei giusti. In questa Chiesa quello che conta è la purezza del cuore, mentre non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, viola, rossi o bianchi che siano.
  

Il veleno dei cardinali. Il caso Boffo scuote la Chiesa
di Orazio La Rocca e Marco Ansaldo La Repubblica 4 febbraio 2010

"Fratelli che si mordono e si divorano a vicenda". Il Papa lo aveva detto, nel marzo scorso. Anzi, lo aveva addirittura scritto a chiare lettere in un messaggio ai vescovi, citando San Paolo e il suo avvertimento alla comunità dei Galati, uno dei nuclei cristiani più turbolenti. "Badate almeno - ammoniva l'apostolo di Tarso - a non distruggervi del tutto gli uni con gli altri". Quell'invito di Benedetto XVI sembrava quasi presagire il clima di scontro che si respira ora all'interno della Chiesa con il caso Boffo, il direttore dell'
Avvenire dimessosi dopo una violenta campagna di accuse su presunte molestie avviata da Il Giornale di Vittorio Feltri, accuse rivelatesi poi inconsistenti. Un maremoto pian piano salito, e adesso penetrato fin dentro i Sacri Palazzi, coinvolgendo i porporati più in vista, subito sotto il Papa. "Stanno tentando in tutti i modi di farci entrare in dispute che non ci appartengono tirandoci per la tonaca", è la frase che si coglie nelle stanze della Segreteria di Stato, dove tra i più dispiaciuti per lo sconquasso che si è sollevato sembra - a chi gli sta vicino - proprio il cardinale Tarcisio Bertone. Sua Eminenza - primo collaboratore di Benedetto XVI - accusato indirettamente da Feltri di essere stato l'occulto ispiratore del complotto, è appena stato riconfermato al vertice con una lettera affettuosa scritta a mano dal Pontefice, in tedesco. Controlla in pieno il potere vaticano. E tuttavia è al centro di un caso che non ha precedenti nelle sacre stanze, e mescola potere e politica, veleni e gerarchia, porpore e giornali. Una battaglia di cardinali: questa volta però tutta giocata all'esterno del mondo protetto del Vaticano. Ufficialmente, la Segreteria e i suoi uomini non danno peso "alle chiacchiere". Eppure nel Palazzo Apostolico si ha la netta sensazione di vivere in trincea. Con vescovi, cardinali e monsignori pronti a fronteggiare una sorta di guerra invisibile, mentre Papa Ratzinger sembra - in apparenza - non esserne sfiorato, impegnato com'è in udienze e catechesi pubbliche. Ieri, in effetti, ha presieduto come tutti i mercoledì alla tradizionale udienza generale, lanciando un severo monito contro i "tentativi di carrierismo che si possono annidare anche tra gli uomini di Chiesa". Dietro le quinte, però, Benedetto XVI si sta dando da fare per cercare di capire quello che sta veramente succedendo e se le accuse rivolte a Bertone e ai suoi più stretti collaboratori siano in qualche modo fondate. Anche monsignore Angelo Bagnasco è molto colpito da questa vicenda. Ma il presidente della Conferenza episcopale italiana resta defilato. Il che - precisano i suoi collaboratori - non significa certo avere gli occhi chiusi su quel che accade. La Cei ha definito infatti Boffo "un galantuomo". Pure il cardinale Dionigi Tettamanzi, dal suo osservatorio di Milano, non prende parte allo scontro in corso. Oggetto anch'egli di attacchi diretti in passato, guarda molto preoccupato quel che scrivono i giornali, e pensa che questi scontri non giovino alla Chiesa. Quando gli chiedono se sta con la Cei, nello scontro in atto, o con la Segreteria di Stato, risponde ai suoi sacerdoti così: "La Chiesa è una e una sola, io sto con il Vangelo e vado avanti". Monsignor Achille Silvestrini, il più stretto collaboratore all'epoca di Agostino Casaroli segretario di Stato, commenta: "Non conosco la vicenda, ho solo letto. Ma è sbagliato dire che questa cosa provenga dal Vaticano. Forse da "qualcuno" del Vaticano, il che è ben diverso. Siamo nell'età dei misteri. Ma posso dire che negli anni di Casaroli cose del genere non sono mai successe". Di quali accuse si sta parlando? Qui si tratta solo di fango gratuito lanciato contro uomini di Chiesa e istituzioni ecclesiali", commenta con fermezza il cardinale Josè Saraiva Martins. E un altro cardinale, Renato Raffaele Martino, è dell'opinione che "la Chiesa da sempre venga attaccata perché difende l'uomo, specialmente il più debole e indifeso. E gli attacchi di questi giorni non rappresentano, purtroppo, un'eccezione: si sta cercando in tutti i modi di far pagare alla Chiesa colpe che non ha. Parlare di guerre e scontri è impensabile. Fa bene quindi la Santa Sede a non replicare a simili fandonie". Fuori dal Vaticano non tutti i prelati la pensano così. "Sarebbe invece opportuno che dalla Santa Sede arrivasse una parola di chiarimento tramite, magari, il portavoce papale padre Federico Lombardi, persona seria, competente e puntuale", replica il vescovo Loris Francesco Capovilla, emerito di Loreto, storico segretario personale del beato Giovanni XXIII, un prelato dunque che conosce bene la Curia e l'appartamento papale. Di "attacco alla Chiesa" parla il vescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti, più volte nel mirino dei partiti di governo, Lega in testa, per le sue prese di posizione in difesa degli immigrati. "Il vero problema - dice - è legato al fatto che troppa gente vede la Chiesa come un soggetto politico e per questo la attacca quando dice delle cose che possono dare fastidio". Gli esperti di cose vaticane guardano tutto con estrema attenzione. Mario Agnes, oggi direttore emerito dell'Osservatore Romano, afferma: "Non voglio dire niente. Sono amareggiato, molto amareggiato. Nei miei 23 anni da direttore non ho mai visto niente di simile. Ho sempre deciso di stare zitto perché per me parlava il giornale". "Il caso è nato dentro la Chiesa - afferma Sandro Magister, vaticanista di lungo corso e autore del blog Settimo cielo - e è mirato a colpire persone e gruppi interni alla Chiesa stessa. Quello a cui abbiamo assistito è stato un attacco personale a Boffo, per cosa lui rappresentava, cioè Avvenire, e per la linea che esprimeva, quella della Cei diretta dal cardinale Camillo Ruini. Questo era il bersaglio". Una lotta diretta fra i due maggiori quotidiani cattolici? Anche. Fra Avvenire e Osservatore Romano la battaglia dura da tempo, un braccio di ferro che ha avuto momenti di scontro evidenti, come nella vicenda di Luana Englaro, dove il giornale della Cei è stato protagonista di una campagna molto energica, mentre il foglio della Santa Sede si è rivelato estremamente riservato, elusivo, cauto. "La domanda - continua Magister - è come Feltri sia stato indotto a presentare le carte su Boffo, e lui in pratica ha confessato: la figura di cui ha parlato sembra il ritratto di Giovanni Maria Vian, il direttore dell'Osservatore Romano. Ma il bersaglio vero, cioè Ruini, non è stato raggiunto. Boffo è stato sostituito da Marco Tarquinio, il suo vice. E la linea di Avvenire non è cambiata". Chi ci sarebbe dietro Vian? Molti sanno del rapporto stretto fra lui e il segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Chi però ha sentito il direttore dell'Osservatore Romano spiega così la sua difesa: "É tutto falso. Le accuse non tengono nemmeno sul piano della logica. Non siamo così gonzi. Presto si vedrà che è tutta una bolla di sapone". Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi, esclude "che Bertone e Ruini possano essere direttamente coinvolti in questa vicenda. Credo invece che si tratti di un gioco degli specchi e che gli uni e gli altri, le vittime e i carnefici, trascinino dentro le autorità della Chiesa. Perché è illogico che questi si mettano a brigare in ruoli di bassa cucina quando incarnano poteri d'altro tipo, e potrebbero tranquillamente tagliare la testa a Boffo senza passaggi bizantini". La Segreteria di Stato ieri ha valutato l'ipotesi di smentire le ricostruzioni giornalistiche. Poi ha optato per la prudenza. Meglio il silenzio. Ma dal mondo in sofferenza della Chiesa italiana un uomo di vertice commenta così: "In questo modo è peggio. In Vaticano tireranno avanti proprio così: come se nulla fosse accaduto. Ma non è un silenzio di rispetto: semmai di confusione, di paura. Tutti i giornali parlano di un delitto politico e mediatico ordito addirittura dalla Segreteria di Stato e dal giornale della Santa Sede, e di fronte a questo inferno tacciono incredibilmente il portavoce, l'Osservatore Romano, Avvenire e la Radio Vaticana. Un silenzio nel quale risuonano ancor più i sospetti che oggi corrono liberamente nei sacri Palazzi".