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I dubbi dei vescovi per B. PDF Stampa E-mail

di Marco Politi Il Fatto Quotidiano 7 febbraio 2010
Due milioni di disoccupati, la xenofobia della Lega e la disattenzione verso le famiglie povere allontanano i vescovi da Berlusconi. I temi “etici” tengono agganciata la Cei al centro-destra. Ma qualcosa sta mutando. È un movimento sottotraccia, che non significa automaticamente conversione al centro-sinistra, ancora privo di una fisionomia precisa.

Però appare crescente il distacco dei vescovi nei confronti della leadership di Berlusconi, del suo stile, dei contenuti del suo nongoverno. Riassume un prelato, che fa parte del Consiglio permanente della Cei: “Il disamore nei confronti del premier è crescente. Berlusconi è troppo smodato, non piace, suscita sempre più perplessità. La linea di appoggio di Ruini è tramontata”. Dichiara pubblicamente il cardinale Tettamanzi: “In politica la vera questione per i cattolici non riguarda quale schieramento seguire, ma di avere ogni giorno decisioni e comportamenti coerenti con il Vangelo”. Perché, soggiunge l’arcivescovo di Milano, “la moralità, specialmente per chi è al servizio della polis, non ammette separazioni tra pubblico e privato”. Sono giudizi pericolosi per il bisogno di consenso, che attanaglia Berlusconi. Il quale ha un filo diretto con il cardinale Bertone in Vaticano, che cerca di rafforzare anche al prezzo di frenare Feltri, ma teme il raffreddarsi delle relazioni con i vescovi sul piano locale. D’altra parte i nuovi veleni sparsi da il Giornale su uomini di Chiesa non contribuiscono a migliorare il clima. Nell’infuriare delle polemiche rinfocolate da Feltri, si sono sprecati accenni a pretesi blocchi Ruini- Bagnasco o (al contrario) Bertone-Bagnasco. Fuorvianti entrambi. Perché Bagnasco comincia gradualmente a costruire una linea propria. Più pastorale, meno schiacciata sul premier, più autonoma, meno invasiva politicamente. Lo si è visto con chiarezza al Consiglio permanente della Cei (ultimo appuntamento dell’episcopato prima delle regionali), dove il porporato ha evitato di schierare la Chiesa su qualsiasi fronte elettorale ed è stato silenzioso sul tema preferito di Berlusconi: il rapporto tra politica e magistratura. Bagnasco ha battuto il tasto sulla crisi economica e sociale, sistematicamente edulcorata dal premier. Di più, al vergognoso silenzio del premier sul pogrom di Rosarno, il presidente della Cei ha contrapposto un duro giudizio sulle “capanne di cartone” degli immigrati e una cruda denuncia della “strategia avvolgente della malavita locale, che prima assolda, poi provoca e infine si presta a raccapriccianti interventi”. Parole sideralmente lontane dall’equazione berlusconiana “clandestini uguali criminali”. Anzi, dopo il piano di contrasto alla malavita e al lavoro nero, varato dal Consiglio dei ministri a Reggio Calabria, l’Avvenire (con il nuovo direttore Tarquinio scelto da Bagnasco) è uscito con un editoriale, che invita a non fermarsi alla politica degli annunci , ma ad andare fino in fondo nel controllare le aziende fuori legge e gli abusi degli “italiani”. Non si tratta solo, ha scritto l’Avvenire, di dare la “giusta mercede” ai lavoratori immigrati, è urgente contrastare i troppi imprenditori che utilizzano “lo sfruttamento degli schiavi come unico vantaggio competitivo”. Si tratta di impedire che “interi paesi vivano di sussidi di disoccupazione per braccianti senza mai mettere piede in un campo”. Una sfida diretta al governo e a chiunque faccia finta di non vedere. Anche sul tema dei magistrati l’Avvenire non si accoda alla propaganda berlusconiana. L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata segnata da un titolo che riprendeva l’impostazione del presidente della Cassazione Carbone: “Sì al processo breve, se arrivano più risorse”. Cioè, con le parole del magistrato, un processo più rapido deve essere “necessariamente preceduto da una radicale riforma dei sistemi processuali oltre che da un adeguato potenziamento delle risorse umane e materiali”. Misure preliminari di cui non c’è traccia nel progetto governativo. Quando il segretario della Cei mons. Crociata si è presentato alla stampa dopo il Consiglio permanente, si è limitato ad auspicare che i problemi della giustizia si affrontino nel “rispetto degli equilibri istituzionali, nel quadro costituzionale". Cosa ben diversa dalla visione di Berlusconi, che si pretende aggredito dal potere giudiziario.