LiberaMenteNoi pubblica questo articolo SENZA CONDIVIDERNE IN ALCUN PUNTO LE OPINIONI. Il Giornale 25 ottobre 2008
Il racconto di Luca, ex attivista dell'Arcigay, che si è sottoposto alla terapia riparativa: «Ho sposato una donna e ritrovato la felicità» Di Gaia Cesare «È successo tutto dopo un festino. Un amico stava preparando un esame di psicologia e ha dimenticato un mucchio di appunti sulla scrivania della mia stanza. Ho cominciato a leggere e ho scoperto della terapia riparativa. È iniziato tutto da lì». Party notturni, alcol, sesso facile e promiscuo. Fino ai 27 anni Luca viveva di «festini» - come li chiama lui - di rapporti occasionali, consumati anche all'aperto, o come si dice in gergo di «cruising». «Questa era la mia vita e quella dei gay come me. Fino a quel momento», racconta disinvolto davanti a una tazza di tè, in un bar nel centro di Milano, dopo una giornata di lavoro.
«Non ho fretta, no, ma poi devo prendere un treno per raggiungere mia moglie - dice sorridente -. Abitiamo fuori Milano. Stiamo così bene lontano dalla città.Non è una doppia vita quella che Luca ha deciso di raccontarci. È una nuova vita. Fino a qualche anno fa Luca di Tolve - che ora di anni ne ha 36 - faceva public relations per i locali omosex, era un attivista dell'Arcigay: si occupava di turismo e organizzava viaggi per la comunità. Un omosessuale convinto, insomma. «Convinto sì, credevo che quella fosse la mia condizione, irreversibile. Ero un egocentrico, palestrato, schiavo dei locali notturni, ossessionato dai soldi, convinto di provare attrazione unicamente per i maschi e finito nel vortice del sesso compulsivo». «Fino a quel momento». Cioè fino a che Luca non si è imbattuto nella "terapia riparativa" dell'americano Joseph Nicolosi. Da allora, dopo un percorso lungo cinque anni, lo scorso agosto è arrivato il matrimonio con Lisa (il nome è di fantasia), è nato il gruppo di auto-aiuto che Luca dirige, il gruppo Lot, di ispirazione cattolica, è esplosa l'idea di scrivere un'autobiografia e la convinzione che come lui molti potrebbero «riscoprire la loro parte maschile, ma soprattutto smetterla di soffrire». «Sì, perché - racconta Luca - quando ero omosessuale ero un infelice. Credevo di essere io lo sfortunato che non trovava l'anima gemella. Poi mi sono reso conto che attorno a me tutto era impostato in modo frivolo, superficiale, che ero circondato da infelici, molti dei quali ossessionati dalla pornografia e dal sesso. E poi la morte: l'ho vista consumarsi negli amici attorno a me e alla fine ho dovuto farci i conti anch'io dopo aver scoperto di essere sieropositivo». L'incubo Hiv Luca lo ha scoperto sulla sua pelle a 25 anni. «Altro che gaiezza tra gli omosessuali - dice ricordando gli anni della trasgressione -. Dopo quelle nottate estreme, tra cocaina e popper, tomi a casa con un carico emozionale enorme ma con un senso di solitudine infinito. E oggi pago con la mia salute il peso enorme di quei comportamenti». Così Luca si presenta alla libreria Babele di Milano, specializzata nelle tematiche gay. «Gli appunti lasciati quella sera da un amico parlavano delle teorie di Nicolosi, del fatto che le pulsioni nei confronti dell'altro sesso spariscono se smetti di idolatrare gli uomini perché tu non riesci ad essere come loro, che l'omosessualità può nascere da un senso di rivalsa di un bimbo che vorrebbe avere più attenzioni da un padre assente. Insomma sono entrato in libreria ma il libro di Nicolosi non l'ho trovato. E lì ho capito che c'era una realtà che il mio mondo omosessuale cercava di tenere nascosta». Così Luca comincia a incuriosirsi, si indispone anche di fronte alle teorie di Nicolosi («insisto, ero un gay convinto, non è stato facile mettermi in discussione»), fino a che non decide di provare la terapia riparativa. «Non ero felice e volevo capire il perché. Ci ho messo cinque anni per realizzare di avere sofferto dell'assenza di un padre, di aver idealizzato i maschi perché li sentivo più forti di me e per cominciare a incuriosirmi dell'universo femminile», racconta Luca. Ma guai a parlargli di lavaggio del cervello: «Non ci sto. Sono una persona in grado di intendere e di volere come lo ero quando ero un gay. La vera violenza è dire che è impossibile uscire dall'omosessualità», si difende. E insiste: «Basta con questa accusa di omofobia. Chi discrimina è chi pensa che gay si nasce. Non esiste certo un gene. La mia scelta ha richiesto coraggio, anche perché non ho dovuto lottare solamente contro le mie abitudini, praticare l'astinenza per un periodo, ma ho dovuto rinunciare anche ai privilegi di una società in cui essere gay è trendy, ti serve a trovare un lavoro più facilmente e a fare soldi più in fretta», dice Luca attaccando la comunità omosessuale. Poi precisa: «Certo che ci sono gay che vivono la loro condizione con naturalezza e in tranquillità. Ma io voglio dire a tutti quelli che invece vivono il disagio che ho attraversato io che non devono vergognarsi, che possono rivolgersi a strutture che li aiutano e che alla fine possono trovare la felicità». Luca ci crede davvero: «Le strade sono tante, non c'è solo la terapia riparativa, ci sono i gruppi e i corsi living waters, la cristoterapia per chi - com'è successo a me - vuole trovare conforto e motivazione nella preghiera. Io voglio solo che si sappia che c'è un'omosessualità che è il frutto di un disagio e che può essere curata come si fa con la depressione o con i disturbi alimentari. Lo scriva, è importante», dice serio Luca. Che si addolcisce quando comincia a parlare di sua moglie: «L'idea di poter avere un bambino da una ragazza di cui sono innamorato mi elettrizza e mi commuove. L'ho conosciuta a Medjugorie. È stato come ricevere una grazia. Lisa mi ha accettato per quello che sono, col mio passato, senza pregiudizi e con grande amore. È bello che un rapporto si fondi sulla diversità. La favola della famiglia gay è politica, un modo per ottenere un riconoscimento. Ma i figli devono crescere con una madre e un padre, con degli esempi. Anch'io ora voglio pensare ai futuro. Sono sieropositivo ma posso sottoponili a un trattamento, previsto dalla nostra legislazione e accettato anche dalla Chiesa, per avere un figlio sano. È la mia nuova vita. Non vedo l'ora». Favorevole. Giancarlo Ricci, psicoterapeuta. «È come l'anoressia Guarire è possibile» di Gaia Cesare Come la depressione. Come l'anoressia. Per Giancario Ricci, psicoterapeuta che aderisce al Narth, l'associazione fondata negli Stati Uniti da Joseph Nicolosi e ora attiva anche in Italia, «l'omosessualità è un disturbo che, nelle sue forme più estreme, può essere curato». È una malattia? «È un sintomo particolare relativo all' ambito della sessualità che in casi estremi è una malattia e può avere aspetti patologici pesantemente problematici». Per queste posizioni vi accusano di omofobia. «È il movimento gay che ha fondato le sue ragioni sull'omofobia. Dicono di sentirsi perseguitati e messi all'indice, invece mi pare che la cultura moderna favorisca l'omosessualità». Vuole dire che l'omosessualità viene socialmente promossa? «È la tendenza di questa post-modernità dove tutto è possibile, dove si può disporre del proprio corpo per ricercare qualsiasi piacere». Non c'è in queste teorie un giudizio morale o religioso? «Da me arrivano pazienti che chiedono aiuto per superare un disagio. Come se avessi di fronte un depresso, non gli dico che dovrà tenersi la sua depressione per tutta la vita. Se c'è, l'aspetto religioso talvolta può dare forza nel percorso». Ma chi si rivolge a lei? «Spesso giovani, di vari strati sociali». Quali sono le loro problematiche? «Vivono male la propria omosessualità e desiderano fortemente giungere a una relazione stabile con una donna». In che cosa consiste la terapia? «Esploriamo come hanno funzionato le funzioni parentali, aiutiamo il paziente a superare il distacco difensivo con cui ha reagito dinanzi all'inadeguatezza di un genitore e Io invitiamo a considerare che possa esserci uno scambio di amicizia con lo stesso sesso e non solo uno scambio sessuale compulsivo». Non è possibile che questi ragazzi vogliano solo essere accettati? «Credo piuttosto che la normalità sia la cultura dello sballo. Oggi gli adolescenti provano prima tutte le esperienze e dopo dicono che sceglieranno il loro genere. Ma il genere non si sceglie». Lei dice dunque che gay non si nasce. «Io ritengo che l'omosessualità non sia una variante naturale della sessualità». Dall'omosessualità si può guarire? «Guarigione è un termine medico. E io non sono un medico. Però mi chiedo: perché se un eterosessuale può diventare gay non può succedere il contrario?». Contrario Margherita Graglia, psicoterapeuta «Ma quel trattamento è inutile e dannoso» di Gaia Cesare «Una teoria scientificamente infondata». Addirittura «dannosa». Margherita Graglia da anni si occupa di omosessualità nel suo ruolo di psicoterapeuta e collaboratrice dell'Arcigay. Sull'argomento ha già curato un libro Gay e lesbiche in psicoterapia e sta per pubblicare Psicoterapia e omosessualità. Non crede alla teoria riparativa? «Assolutamente no. E sono in buona compagnia. La mia è la stessa posizione dell'American Psychological Association e dell'American Psychiatric Association. Anche l'Ordine degli psicologi italiani ha invitato i suoi membri a non prestarsi a questo tipo di terapie». Cosa non funziona? «È una teoria basata su premesse prive di validità scientifica: parlano di difetto di mascolinità, arresto dello sviluppo e passano dall'idea che l'omosessualità non sia naturale al pari dell'eterosessualità». Dunque la terapia è inutile? «Non solo è inutile perché promette ciò che non riesce a mantenere, cioè il cambio dell'orientamento sessuale. Ma è anche dannosa perché le persone che vi si sottopongono possono sviluppare forti disagi, disfunzioni sessuali, anche tentativi di suicidio» Noi abbiamo raccolto la storia di un ragazzo che dice di aver ritrovato la serenità. . «Alcuni dei "guariti" spesso sono bisessuali, persone che avevano già un'attrazione per l'altro sesso. La terapia può incidere sui comportamenti, ma non sul desiderio o sulle fantasie». Deve essere difficile però costringersi ad atteggiamenti sessuali non spontanei. «Molte delle persone che si rivolgono a una terapia di orientamento sono parecchio motivate, spesso provengono da un background familiare molto religioso e ricevono forti pressioni per cambiare». Vuole dire che sono condizionate? «Voglio dire che sono motivate a cambiare per essere accettate». Però ci sono suoi colleghi che credono nella terapia e la applicano. «Ma rinunciano alla propria neutralità e trattano l'omosessualità come una malattia. Per me se il paziente è gay o etero non cambia». Qual è il disagio più diffuso tra i gay che si rivolgono a lei? «Le tematiche sono le stesse che riguardano gli etero: problemi col partner o sul lavoro. Se invece parliamo di tematiche specifiche l'ostacolo più grande è il coming out, come riferire della propria omosessualità a parenti e amici». Il Riformista 26 ottobre 2008 CRISTOTERAP1A E OMOSESSUALITÀ «I gay possono guarire» Avvampa la polemica sull'inchiesta del Giornale RICETTE. Un ex iscritto all'Arcigay racconta la «guarigione» con terapia religiosa. La protesta delle associazioni omo. Grillini: «Ridicolo e penoso che una testata dia credito a queste teorie». di ALESSANDRO DA ROLD «Ha presente i fanatici della cantante Madonna che si sono fatti ore di fila per partecipare al concerto a Roma?»: l'ex deputato ds Franco Grillini, ora nel Parlato Socialista, orgogliosamente gay, analizza così l'articolo apparso su Il Giornale in cui Luca di Tolve, ex attivista dell'Arcigay, racconta del la cura che lo ha portato «a guarire», a diventare cioè eterosessuale. Terapie psicoterapeutiche nate negli Stati Uniti, spesso all'interno di gruppi ultrareligiosi di destra, (vicini tra l'altro alla candidata repubblicana Sarah Palin), che si prefiggono di «riparare l'omosessualità». Di Tolve, trentaseienne racconta della sua nuova vita, lontana dai festini a base di cocaina e sesso, ora incentrata sul matrimonio, sul lavoro e sulla speranza di avere un bambino. Ci è riuscito dopo cinque anni in cui era un convinto «egocentrico, palestrato, schiavo dei locali notturni, convinto di provare attrazione unicamente per i maschi e finito nel vortice del sesso compulsivo». Ci è riuscito appunto intraprendendo questa «cristoterapia, per chi vuole trovare conforto e motivazione nella preghiera», si legge sul quotidiano di centrodestra. C'è da ricordare che è dal 1990 che l'omosessualità non è più secondo l'Oms, Organizzazione Mondiale della Sanità, un disturbo mentale. Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che ha anche le deleghe alla Sanità, preferisce non commentare: «Non conosco il caso e per principio faccio commenti a riguardo». Grillini, però, incalza: «Mi pare ridicolo e penoso che una testata giornalistica dia credito a teorie di questo tipo. Il fatto poi che sia il giornale del presidente del consiglio a pubblicare un articolo su come curare l'omosessualità, è una cosa penosa oltre che ridicola. E la solita pratica calunnatoria tipica della destra italiana». Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay aggiunge: «Sono pratiche che finiscono poi con il peggiorare le cose. La non accettazione della propria sessualità può portare ad avere degli atteggiamenti forzatamente eterosessuali, ma prima o poi l'omosessualità riappare: la propria intimità non può essere rieducata dalle preghiere». Per la dottrina del Narth, (National Association for Research & Therapy of Homo-sexuality), infatti l'omosessualità è un sintomo particolare relativo all'ambito della sessualità che in casi estremi «è una malattia che può avere aspetti patologici pesantemente problematici». Grillini racconta un aneddoto a riguardo. «Qualche anno fa due massimi dirigenti maschi di Narth sono scappati a vivere insieme». Insomma, la pratica di certe teorie psicoterapiche finisce con lo smentirle. Conclude Grillini: «Per la destra questo momento è il trionfo dell'ipocrisia. Sappiamo alla perfezione quanti sono gli omosessuali nel governo, nella maggioranza, tra i sottosegretari, tra i ministri, dentro il partito di Berlusconi, dentro la Lega Nord, dentro Alleanza Nazionale. Li conosciamo nome per nome, ma chiaramente preferiamo evitare di dire chi sono. Per riconoscerli però basta guardare chi dalla mattina alla sera spara a zero sugli omosessuali: quello e un buon indicatore». |