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Le news dalla Germania PDF Stampa E-mail

«Un muro di silenzio» Le ministre della Merkel attaccano la Chiesa
di Danilo Taino Corriere della Sera 9 marzo 2010

Le ministre tedesche di Angela Merkel sembrano avere preso di punta la Chiesa cattolica. Gli abusi sessuali, accaduti in scuole e convitti per lo più di ordini religiosi cattolici, venuti alla luce nelle settimane scorse, hanno assunto una dimensione politica forte che rischia di rendere sempre più difficili i rapporti tra il governo di Berlino e il Vaticano.

Ieri, durante una conferenza stampa, la cancelliera Merkel ha cercato di abbassare i toni e ha sostenuto che la Chiesa sta prendendo «molto seriamente» le rivelazioni di abusi sessuali contro giovani ragazzi, successi anni fa, che stanno turbando la Germania. Una «presa di responsabilità» del Vaticano positiva, ha detto. Le «Merkel Girls» al governo sono però state molto meno diplomatiche. Fattualmente, la giovane ministra della Famiglia Kristina Schröder e la ministra dell’Istruzione Annette Schavan, cristianodemocratiche, hanno convocato un vertice di crisi sull’argomento per il 23 aprile. Non sarà la tavola rotonda che i vescovi tedeschi avevano rifiutato una settimana fa perché limitata a governo e Chiesa, ma si tratta di una riunione così ampia che potrebbe trasformarsi in un confronto non solo imbarazzante ma anche di scontro. Le due ministre della Cdu, lo stesso partito di Frau Merkel, hanno infatti convocato i rappresentanti delle Chiese cattolica e protestante, le associazioni degli insegnanti e delle famiglie, i rappresentanti dei servizi sociali, alcuni medici, i rappresentanti delle comunità locali. Un altro ministro donna, la responsabile della Giustizia Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, del partito Liberale, ha invece ieri ribadito argomenti che avevano già creato tensioni tra governo e vescovi una decina di giorni fa. «In numerose scuole e istituti c’è stato un muro di silenzio», ha detto. E ha spiegato che, a suo parere, questo muro particolarmente alto nelle scuole cattoliche dove si sono registrati abusi è dovuto almeno in parte alle linee guida emesse nel 2002 dai vescovi tedeschi, sulla base delle quali i casi di violenza e di pedofilia scoperti in ambienti cattolici non devono essere necessariamente portati fuori dalla Chiesa ma rimessi al giudizio confidenziale del Papa. Il governo sta prendendo in considerazione l’ipotesi di portare i termini di prescrizione per gli abusi sessuali contro minorenni a 30 anni: oggi sono per lo più fissati a 10 da quando la vittima ha compiuto la maggiore età. Anche la Csu, il partito-fratello della Cdu che ha una forte base cattolica in Baviera, si è detta d’accordo.  

 

Germania, sugli abusi accuse al Papa
di Andrea Tarquini La Repubblica 9 marzo 2010
Sale ancora, con un'escalation che segna un salto di qualità decisivo, il tono dello scontro tra il governo tedesco e la Chiesa cattolica sulle accuse di abusi sessuali, violenze e percosse nelle istituzioni religiose. Ieri, per la prima volta un'esponente del governo di centrodestra guidato da Angela Merkel, la ministro della Giustizia Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, ha in sostanza chiamato in causa di persona papa Benedetto XVI. Da anni, ha detto, la Chiesa ha istituito un muro di silenzio; e la decisione risale a una direttiva emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 2001. Quando cioè a guidarla era il cardinale Joseph Ratzinger, l'attuale pontefice. Il Vaticano, ha detto intervistata dalla radio pubblica tedesca la signora Leutheusser- Schnarrenberger (dirigente del partito liberale Fdp, partner di governo della Cdu-Csu della Cancelliera Angela Merkel), da anni ha fatto regnare un muro di silenzio e così di fatto ha ostacolato le inchieste sugli episodi avvenuti all'interno delle istituzioni ecclesiastiche. La decisione, ha aggiunto in sostanza la ministro, fu presa con una disposizione ad altissimo livello. Cioè una direttiva emanata appunto nel 2001 dalla Congregazione per la dottrina della fede. Il documento, ha accusato la guardasigilli, chiedeva di non divulgare all'esterno della chiesa le notizie sugli abusi. Il clima è pesante, la Cancelliera Merkel in persona si è sforzata di smorzare i toni dicendosi «molto soddisfatta» dei segni che la Chiesa «prende estremamente sul serio il problema». Ma la titolare della Giustizia esprime una linea più dura. «Abusi così gravi - ha continuato - in base a quella direttiva sono dunque sottomessi alla confidenzialità del Papa, e non devono essere divulgati all'esterno della Chiesa… Vi vedo un segno che la Chiesa, in caso di abusi sessuali, esamina i casi presunti o reali come un affare interno, e suggerisce ai presunti colpevoli di autodenunciarsi». L'accusa è gravissima, e pare lanciata contro l'operato in quegli anni dell'attuale pontefice. Monsignor Stephan Ackermann, vescovo di Treviri, incaricato dalla conferenza episcopale di condurre l'inchiesta sugli abusi, ha subito replicato: «Non è vero - ha detto - nella pratica la Chiesa chiede sempre l'intervento della magistratura». Dopo aver lanciato la sua accusa, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ha reiterato la sua proposta di una Tavola rotonda. L'incontro si terrà il 23 aprile. Sarà opportuno, ha suggerito la ministro, discutere in quell'occasione di adeguati risarcimenti alle vittime delle violenze. Richiesta finora respinta dalla Chiesa. Ma ormai il Santo Padre è chiamato in causa. «Egli era vescovo di Monaco e Frisinga dal 1977 al 1982», sottolinea Christian Weisner, del movimento dei cattolici dissidenti "Wir sind Kirche" (Noi siamo la Chiesa), «e sarebbe giusto sapere se era al corrente dei fatti e come reagì». La visita in Vaticano del presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, si prepara in un clima sempre più difficile e acceso. 

 

“Il coro di Ratisbona? Regnava il terrore”
di Alessandro Alviani La Stampa 9 marzo 2010

A Ratisbona e Etterzhausen regnava un regime di terrore assoluto». Modi affabili, giacca di un noto stilista tedesco, aspetto giovanile nonostante abbia superato da un po’ i cinquanta, il regista bavarese che siede in una caffetteria a sud di Berlino, sorseggiando un caffellatte, può guardare indietro a una vivace carriera negli ambienti culturali tedeschi. Se però volge lo sguardo agli anni Sessanta, agli anni del liceo, cioè, l’aggettivo che gli viene in mente è uno solo: «schrecklich», «terribile». Dai primi anni Sessanta all’inizio degli anni Settanta era anche lui un «passerotto», un membro, cioè, del famoso coro di voci bianche del duomo di Ratisbona (i «Regensburger Domspatzen»), oggi al centro di uno scandalo per gli abusi sessuali e le violenze corporali ai danni dei ragazzini risalenti al periodo tra il 1958 e il 1973. Il regista, che preferisce restare anonimo, rimase prima un anno a Etterzhausen presso la scuola elementare legata al celebre coro; poi si trasferì a Ratisbona, dove frequentò il liceo, visse nel convitto collegato e cantò coi «Domspatzen». Lui non rimase vittima di abusi sessuali. Anzi, ci tiene a precisare, degli abusi sessuali «noi non sapevamo nulla, visto che le persone coinvolte non ne parlavano affatto». Eppure ricorda bene quello che successe in quegli anni, tanto nella scuola di Etterzhausen, quanto nel liceo e nel convitto di Ratisbona. Ricorda ad esempio di un compagno di classe, «Jo», che provò a togliersi la vita tra il 1965 e il 1966; salvato dai medici, non poté mai più metter piede nel convitto (nei giorni scorsi il compositore Franz Wittenbrink aveva parlato di un altro ragazzo che si era suicidato, un caso diverso da quello avvenuto nel 1965-1966 e precedente di pochi anni). Ricorda di un altro compagno che lasciò il liceo di Ratisbona, fece perdere le sue tracce e due anni dopo finì sui giornali per aver commesso un omicidio negli ambienti omosessuali. Un caso, spiega il regista, che «secondo me va ricollegato a quanto successo a Ratisbona». Ricorda delle droghe che giravano già nei primissimi anni Settanta tra i ragazzi del convitto di Ratisbona, introdotte di nascosto non si sa bene come. E, soprattutto, ricorda il sistema di severe punizioni corporali, iniziate già a Etterzhausen, su bambini che avevano nove o dieci anni. Il direttore della scuola elementare «era un sadico perfetto: ci picchiavano sulle mani con un bastone e, se provavamo a nasconderle, ricevevamo il doppio delle botte; poi ci picchiavamo sul sedere nudo». Etterzhausen «era un incubo: speravamo di andare a Ratisbona perché ci aspettavamo che lì le cose sarebbero migliorate, ma non era così». A Ratisbona, infatti, «le punizioni corporali erano all'ordine del giorno». Nel liceo, ricorda, ma in parte pure nel coro. Anche nel periodo in cui a guidarlo fu il fratello del papa, Georg Ratzinger, cioè tra il 1964 e il 1994? «Naturalmente», risponde secco il regista. Ogni tanto qualcuno tra i «passerotti» riceveva uno schiaffo, «anche da Ratzinger», se ad esempio sbagliava qualcosa. Lui alla spiegazione di Georg Ratzinger di non aver saputo nulla degli abusi sessuali - abusi che si verificarono prima che padre Ratzinger assumesse la guida del coro - non crede molto. «Mi sembra poco probabile». Fuori dalla caffetteria, a pochi chilometri di distanza, la cancelliera Angela Merkel incontra intanto la stampa estera e prova ad abbassare i toni dello scontro che divide alcuni componenti del suo governo dalle gerarchie ecclesiastiche. Il Vaticano non fa abbastanza per chiarire quanto successo, ha attaccato poche ore prima il ministro della Giustizia del suo governo, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger. C'è un «muro di silenzio», ha spiegato la Leutheusser- Schnarrenberger alla radio pubblica Deutschlandfunk. La Merkel tenta di spegnere la polemica. Con le scuse pubbliche pronunciate nei giorni scorsi dal presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, e con altre decisioni, come la creazione di una linea telefonica riservata alle vittime degli abusi, «la chiesa ha compiuto passi molto, molto importanti», che indicano che «vuole affrontare il problema in modo molto serio», chiarisce la cancelliera. Le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero fare di più? «Al momento non credo», puntualizza. Nella caffetteria di Berlino, nel frattempo, il regista bavarese finisce il suo caffellatte. «Ho parlato anche con uno psicologo, come molti altri», spiega. «Da soli non si può elaborare quello che è successo».